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Quando chi predica uguaglianza semina disprezzo

Quando chi predica uguaglianza semina disprezzo

Negli anni in cui ho lavorato con persone, gruppi e comunità, mi sono accorto di una cosa scomoda: non sono sempre “gli altri” il problema.
Spesso, chi più si erge a difensore della tolleranza, della libertà, dell’inclusione, è proprio chi — nei fatti, nei toni, nei giudizi — coltiva il seme più velenoso dell’intolleranza.

Non è un paradosso raro. È quasi una legge antropologica.

“Io non sono razzista, ma…”

Anni fa lavorava con me una persona di una specifica nazionalità straniera. Gentile, laboriosa, attenta. Ma ogni volta che parlava di un’altra comunità — anch’essa migrante — si trasformava: diventava tagliente, sprezzante, rabbiosa.

“Quelli non vogliono lavorare.”
“Le donne di lì si credono migliori.”
“Almeno noi siamo gente perbene.”

Un giorno le ho chiesto: “Ma ti rendi conto che stai dicendo le stesse cose che molti italiani dicono di te?”
Mi ha guardato, perplessa, e ha risposto: “Sì, ma loro non hanno ragione.”

Quella frase, “loro non hanno ragione”, racchiude l’essenza del problema: la convinzione di essere nel giusto, anche quando si agisce con la stessa ingiustizia che si condanna.

Il femminile contro il femminile

Poi ci sono le donne che difendono i diritti delle donne — ma solo di certe donne.
Quelle che non si truccano, o che si truccano troppo, che si vestono “male”, che non sono madri, o che lo sono “nel modo sbagliato”.
La sorellanza, spesso, finisce dove comincia la differenza.

Mi è capitato di ascoltare discussioni tra studentesse in cui la parola “femminista” veniva usata come un titolo nobiliare e, allo stesso tempo, come un’arma.

“Quella lì parla tanto di libertà, ma guarda come si veste.”
“Dice di essere indipendente, ma ha un uomo che la mantiene.”

Molte donne interiorizzano lo sguardo giudicante che volevano combattere.
È una forma di violenza psicologica silenziosa: quella del conformismo mascherato da libertà.

Maschi alfa e fragilità negate

Gli uomini non sono messi meglio.
Viviamo in un’epoca in cui la virilità è diventata una caricatura di se stessa:

  • chi piange è debole,
  • chi ascolta è “femminuccia”,
  • chi si mostra vulnerabile “non è un vero uomo”.

Paradossalmente, sono proprio gli uomini che si definiscono “consapevoli” o “moderni” a deridere altri uomini che non si conformano al loro modello.
Come se la libertà maschile fosse un’altra prigione, solo meglio arredata.

Ho sentito uomini parlare con disprezzo di altri uomini per il modo in cui si vestono, si muovono, o per l’orientamento sessuale, salvo poi pubblicare sui social citazioni sull’empatia e sull’accettazione.
È come se il patriarcato, invece di dissolversi, avesse solo cambiato logo.

Il tribalismo delle buone intenzioni

Antropologicamente, non c’è da stupirsi.
L’essere umano è tribale per natura: cerca appartenenza, e difende il proprio gruppo anche a costo di negare i valori che lo fondano.
Ogni “noi” nasce costruendo un “loro”.

Si chiama moral licensing: un meccanismo psicologico per cui, dopo aver fatto o pensato qualcosa di “giusto”, ci sentiamo autorizzati a fare qualcosa di “sbagliato”.

“Difendo i diritti, quindi non posso essere razzista.”
“Combatto il sessismo, quindi posso giudicare le altre donne.”
“Predico la libertà, quindi ho diritto a zittire chi non la pensa come me.”

È la forma più subdola di autoassoluzione morale.

Conseguenze psicologiche e sociali

Questo doppio standard genera un’inquietudine collettiva.
Quando l’odio si traveste da giustizia, il risultato è devastante:

  • Le persone smettono di fidarsi delle parole, perché vengono svuotate.
  • I movimenti sociali perdono credibilità, diventando setta invece che spazio di crescita.
  • Gli individui più fragili — quelli che non appartengono a nessuna tribù — si ritirano, si isolano, si spengono.

Dal punto di vista psicologico, è un meccanismo di proiezione: proiettiamo sugli altri ciò che non accettiamo in noi stessi.
Chi disprezza l’altrui incoerenza spesso non ha fatto pace con la propria.
Chi combatte il potere finisce per desiderarlo.
Chi predica inclusione, a volte, teme profondamente la propria diversità.

L’autocritica come atto rivoluzionario

Forse la vera maturità sociale non è urlare per i diritti, ma guardarsi allo specchio senza sconti.
Ammettere che dentro ognuno di noi vive un piccolo discriminatore: il bisogno di sentirsi superiore, di far parte dei “buoni”, di giudicare chi non parla la nostra lingua morale.

Finché non ci riconciliamo con quella parte, continueremo a costruire gabbie — solo con nomi più eleganti.

L’inclusione vera non è un hashtag, ma un esercizio quotidiano di autocoscienza:
significa sospendere il giudizio anche quando crediamo di aver ragione.
Perché l’odio, anche quando ha buone intenzioni, resta odio.

In terapia, vedo spesso che le persone più rigide moralmente sono anche le più spaventate.
Difendono valori che non riescono ancora a incarnare.
Ma è da lì che può nascere la crescita:
quando smetti di difendere la tua identità come una bandiera, e cominci a viverla come una ricerca.

Solo allora, forse, smetteremo di dividere il mondo in buoni e cattivi,
e torneremo a riconoscerci — fragili, contraddittori, ma finalmente umani.

Fonte foto: Markus Spiske (@markusspiske) | Unsplash Photo Community

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