Orari: LUN-VEN
Contattami: 349 2607215
e-mail: info@francescorappoccio.it

Rileggere Pasolini. Oggi. Ancora.

Rileggere Pasolini. Oggi. Ancora.

Ogni anno, il 2 novembre, l’Italia ricorda la morte di Pier Paolo Pasolini.
Io penso che, più che morire, Pasolini sia stato ucciso due volte: la prima fisicamente, quella notte all’Idroscalo di Ostia; la seconda, lentamente, da un Paese che continua a citarlo senza davvero leggerlo.

Ricordo ancora quando lo “incontrai” per la prima volta — tra i banchi del liceo, nei pomeriggi in cui si studiava svogliatamente e si sognava molto.
Le sue parole mi arrivarono come un pugno e una carezza insieme:

“Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore.”

Mi colpì quella confessione così orgogliosamente fuori tempo, in un’epoca in cui essere “del passato” era quasi una vergogna.
Mi ci riconobbi, forse perché anch’io, già allora, sentivo che la modernità correva troppo in fretta per chi voleva capire, non solo fare.

Il liceale che lo scoprì e l’adulto che lo rilesse

Da ragazzo vedevo in Pasolini l’intellettuale ribelle, il poeta che gridava contro l’ipocrisia del potere e la violenza del conformismo.
Lo leggevo come si ascolta una canzone proibita.

Poi, crescendo, ho capito che in quei versi e in quelle prose c’era molto di più: un uomo disperatamente innamorato dell’umanità, anche quando la disprezzava.
Rileggendolo da adulto, con gli occhi dello psicologo, mi ha colpito la sua capacità di vedere l’altro — non idealizzarlo, ma vederlo davvero, nella sua miseria e nella sua grazia.

Ne “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, c’è un’umanità che non chiede pietà, ma riconoscimento.
Pasolini non redime i suoi personaggi, li racconta:

“Erano vivi, ignoranti e innocenti; e non sapevano di esserlo.”

Quella frase, oggi, la sento come un atto terapeutico.
È il contrario del giudizio: è lo sguardo che salva.

Visitare Ostia: un pellegrinaggio laico

Qualche anno fa sono andato all’Idroscalo di Ostia, dove il suo corpo fu ritrovato.
C’è un piccolo parco, una targa.
Nulla di monumentale — e forse va bene così.

Camminando tra la sabbia e il vento salmastro, ho pensato che quello fosse il luogo perfetto per lui: una frontiera.
Pasolini è sempre stato un uomo di confine — tra sacro e profano, tra Nord e Sud, tra borghesia e sottoproletariato, tra l’angelo e il ragazzo di vita.

Lì ho sentito che la sua voce non appartiene al passato, ma continua a respirare dove c’è contraddizione, dove la verità non si lascia dire facilmente.

Pasolini oggi: il profeta della contraddizione

Rileggendolo oggi, tra smartphone, intelligenza artificiale e solitudini digitali, Pasolini sembra ancora più attuale.
Aveva intuito la mutazione antropologica di un Paese che stava per trasformarsi da povero ma vitale in ricco ma vuoto.

“Non è più il popolo che ha fame. È il popolo che consuma. E questa è la sua nuova disperazione.”

Era un grido che anticipava TikTok e Instagram, l’epoca dei filtri e del bisogno disperato di visibilità.
Pasolini vedeva arrivare un’Italia che si sarebbe specchiata nella propria immagine fino a non riconoscersi più.

Eppure non era un moralista.
Era un uomo che cercava autenticità — la stessa di cui oggi parliamo quando discutiamo di identità digitale, di maschere social, di “essere sé stessi online”.
Solo che lui lo faceva con una candela accesa nel buio, non con una fotocamera frontale.

Gli emarginati, gli ultimi, gli altri

Pasolini sapeva che l’emarginato non è un simbolo, ma una persona.
In “Ragazzi di vita” scriveva:

“La pietà non è un sentimento morale, è un fatto.”

Non cercava di “dare voce” agli ultimi: li lasciava parlare con la loro voce, anche quando era sgrammaticata, anche quando puzzava di fame e disperazione.
E questo è ciò che più manca oggi, in un mondo che parla di inclusione ma spesso teme davvero l’altro.

Per me, Pasolini è stato — e resta — una lezione di sguardo.
Un invito a non ridurre mai le persone alle loro etichette, ai loro errori, alle loro identità di comodo.
A cercare l’essere umano dietro il ruolo, la storia dietro il pregiudizio.

Un’eredità viva

Rileggere Pasolini oggi non è un esercizio nostalgico, ma un atto politico e psicologico insieme.
Significa chiedersi: che tipo di umani stiamo diventando?
Siamo ancora capaci di vedere, o solo di guardare?
Di sentire, o solo di reagire?

Pasolini non cercava consenso. Cercava coscienza.
E forse è per questo che continua a far male — e a far bene — a distanza di cinquant’anni.

Per me Ostia e l’aria che respiro li ogni volta che ci vado  rappresenta PPP. 
Sento il rumore del mare, e mi pare che il vento sussurri qualcosa che somiglia a una preghiera laica:

“Continua tu, ora. Guarda il mondo. Ma guardalo davvero.”

E ogni volta penso che sì, forse il suo viaggio non è ancora finito.

Il mio Pasolini

Se devo scegliere un libro che porto con me, è Le Ceneri di Gramsci.
Lì c’è tutto: la rabbia, la tenerezza, il conflitto tra ideale e carne, tra fede e disillusione.

E c’è una frase che, negli anni, mi ha accompagnato come un promemoria silenzioso:

“Io so, ma non ho le prove.”

Una dichiarazione di coscienza, più che di certezza.
Una frase che mi rappresenta: lo psicologo, l’uomo, l’adolescente che ancora cerca di capire, senza smettere di sentire.

Condividi!