L’estate? Dipende.
Dirò una cosa impopolare: non ho mai amato particolarmente l’estate. E forse non sono l’unico.
Lo so, può sembrare strano. Sono nato in Calabria, praticamente sul mare. Dovrei essere il primo a celebrare il sole, le spiagge e il caldo. E invece no.
Non ho mai sopportato particolarmente le temperature elevate, l’afa, le notti in cui si dorme poco e la sensazione di dover rallentare perché il caldo rende tutto più faticoso.
Questo non significa che l’estate sia una brutta stagione. Significa semplicemente che non siamo tutti obbligati a viverla allo stesso modo.
Ed è proprio da qui che vorrei partire.
Come psicoterapeuta, ogni anno osservo che per molte persone l’estate rappresenta il periodo emotivamente più delicato dell’anno. Eppure se ne parla pochissimo, perché la narrazione collettiva racconta soltanto una stagione fatta di libertà, vacanze e felicità.
Ma la salute mentale non segue il calendario.
Quando tutti sembrano felici
L’estate porta con sé una sorta di obbligo implicito: bisogna essere felici.
Bisogna uscire.
Bisogna viaggiare.
Bisogna avere qualcuno con cui condividere le vacanze.
Bisogna avere un corpo da mostrare.
Bisogna divertirsi.
Il problema è che la vita reale non funziona così.
Chi sta attraversando un periodo di depressione non smette di soffrire perché è luglio o agosto. Chi convive con un disturbo d’ansia continua a fare i conti con le proprie paure anche davanti al mare o alla montagna. Chi ha appena concluso una relazione non guarisce perché ci sono quaranta gradi o un bel panorama.
Eppure il confronto con ciò che vediamo intorno può diventare impietoso.
I corpi diventano protagonisti
L’estate è la stagione dell’esposizione.
Ci si scopre di più. Ci si confronta di più.
Per molte persone questo significa fare i conti con l’insoddisfazione corporea, con la vergogna, con l’idea di non essere abbastanza attraenti.
Non riguarda soltanto chi soffre di un disturbo alimentare.
Può riguardare chi porta cicatrici, chi è ingrassato, chi è dimagrito dopo una malattia, chi convive con una disabilità, chi è in transizione di genere o, più semplicemente, chi non si riconosce nei modelli estetici che vengono continuamente proposti.
Il corpo, che dovrebbe essere la nostra casa, rischia di trasformarsi in un tribunale.
Quando la psicoterapia si interrompe
C’è poi un aspetto di cui raramente si parla.
Molti percorsi psicoterapeutici durante l’estate vanno in pausa.
Per la maggior parte delle persone rappresenta una pausa fisiologica.
Per qualcun altro può essere vissuta come una perdita.
La terapia è spesso uno spazio stabile, prevedibile e sicuro. La sua sospensione può riattivare vissuti di abbandono, aumentare la vulnerabilità o semplicemente togliere un punto di riferimento proprio mentre cambiano le abitudini quotidiane.
Per questo motivo la pausa terapeutica va preparata, condivisa e pensata insieme, affinché non venga vissuta come un’interruzione improvvisa ma come una parte del percorso stesso.
Più tempo insieme non significa stare meglio
C’è un altro aspetto di cui si parla poco.
L’estate modifica profondamente gli equilibri familiari e di coppia.
Durante l’anno il lavoro, la scuola e gli impegni distribuiscono naturalmente il tempo trascorso insieme. Nei mesi estivi, invece, molte persone si ritrovano improvvisamente a condividere molte più ore della giornata con il partner, con i figli, con i genitori o con altri familiari.
Potrebbe sembrare una cosa soltanto positiva, ma non è sempre così.
Lo abbiamo sperimentato, in parte, anche durante la pandemia: stare insieme più a lungo non significa automaticamente stare meglio insieme.
Quando aumentano le ore condivise, aumentano anche le occasioni di confronto, le differenze nei bisogni, le aspettative reciproche, le piccole irritazioni quotidiane e, talvolta, i conflitti.
Per chi vive relazioni già fragili, l’estate può diventare un periodo di particolare fatica emotiva.
Le città che si svuotano
In estate molte città sembrano cambiare identità.
I colleghi sono in ferie.
I vicini partono.
Le attività chiudono.
Persino trovare un bar aperto diventa complicato.
Per chi vive solo, tutto questo può amplificare il senso di isolamento.
Il silenzio delle strade può trasformarsi nel rumore dei propri pensieri.
E se durante l’anno il lavoro e la routine aiutavano a mantenere un equilibrio, il rallentamento improvviso può lasciare spazio a emozioni che fino a quel momento erano rimaste sullo sfondo.
Non tutti possono permettersi una vacanza
Esistono persone che non partono perché non possono permetterselo.
Altre che devono assistere un familiare.
Altre ancora che lavorano proprio nei mesi estivi.
Viviamo però in una società che racconta la vacanza come se fosse una condizione normale e universale.
Così chi resta può sentirsi fuori posto, quasi in difetto.
Ma il valore della nostra estate non dipende dal timbro sul passaporto o dalle fotografie pubblicate sui social.
La dittatura del divertimento
L’estate sembra concedere poche alternative.
Se non esci, sei noioso.
Se non viaggi, hai sbagliato qualcosa.
Se non posti fotografie, sembra quasi che tu non stia vivendo.
Pubblicità e social network alimentano continuamente questa idea.
Vediamo persone sorridenti, aperitivi perfetti, spiagge incontaminate e gruppi di amici sempre felici.
Ma quella è una selezione della realtà.
Nessuno fotografa facilmente la noia, le discussioni di coppia in vacanza, gli attacchi di panico, la malinconia o il senso di vuoto.
Confrontiamo il nostro quotidiano con il momento migliore della vita degli altri.
È una gara impossibile da vincere.
Anche il caldo ha un peso sulla nostra mente
C’è poi un fattore molto concreto che tendiamo a sottovalutare: il caldo.
Non è soltanto una questione di fastidio fisico.
Le temperature elevate possono compromettere la qualità del sonno, aumentare la stanchezza, ridurre la capacità di concentrazione e rendere le persone più irritabili e meno tolleranti allo stress.
Quando dormiamo male siamo generalmente più vulnerabili anche dal punto di vista emotivo. Le piccole difficoltà sembrano più grandi, la pazienza diminuisce e gestire ansia, tristezza o rabbia può diventare più complicato.
Non è un caso se, durante le ondate di calore, molte persone riferiscono di sentirsi più nervose, affaticate o emotivamente sopraffatte.
Prendersi cura della propria salute mentale, in estate, significa anche riconoscere che il nostro benessere psicologico passa inevitabilmente dal corpo.
Rendere normali le nostre vite
Forse il primo passo è proprio questo: restituire dignità alla normalità.
Una buona estate può essere leggere un libro sul balcone.
Passeggiare la sera quando il caldo si attenua.
Telefonare a una persona cara.
Prendersi un gelato.
Visitare un luogo della propria città che non si conosceva.
Dormire un po’ di più.
Continuare il proprio allenamento.
Rispettare i propri ritmi senza inseguire quelli degli altri.
Non dobbiamo trasformare ogni estate in un’esperienza straordinaria.
La felicità non coincide necessariamente con l’eccezionalità.
Molto spesso nasce da piccoli gesti ripetuti, dalla possibilità di sentirsi autentici e dal permesso di non dover dimostrare continuamente che stiamo vivendo la “migliore estate di sempre”.
Se l’estate è difficile, non significa che ci sia qualcosa di sbagliato in te
Ogni stagione amplifica qualcosa.
L’inverno può accentuare il bisogno di chiudersi.
La primavera quello di ricominciare.
L’estate, invece, mette spesso sotto i riflettori il confronto sociale, il corpo, la solitudine, le relazioni e il tempo.
Se in questo periodo ti senti più fragile, più triste o più solo, non significa che ci sia qualcosa che non va in te.
Significa soltanto che stai vivendo un’esperienza umana che molti provano ma che pochi raccontano.
E forse il regalo più grande che possiamo farci quest’estate non è inseguire una felicità da cartolina, ma concederci il diritto di vivere una stagione autentica, con i nostri tempi, i nostri limiti e il nostro modo di stare al mondo.
Perché una vita normale, imperfetta e vera vale molto più di un’estate perfetta costruita per essere mostrata.