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Perché l’educazione sessuo-affettiva è un’urgenza

Perché l’educazione sessuo-affettiva è un’urgenza

Ho lavorato per anni negli sportelli psicologici delle scuole di Roma — e quelle classi medie, 11-14 anni, le ho viste di persona: volti nuovi, corpi che cambiano, emozioni che arrivano prima che gli adolescenti sappiano darle un nome.
In quel periodo della vita non si è più “bambini” e non ancora “adulti”: siamo in quel limbo sospeso in cui tutto può accadere — e troppo spesso accade senza che nessuno lo abbia preparato.

Quando penso a quei ragazzi delle scuole medie, penso a sguardi che spesso si evitano, risate che nascondono vergogna, richieste silenziose che non sanno come avere voce.
E penso che l’educazione sessuo-affettiva, così chiamata e spesso tanto snobbata e “vietata”, non può più aspettare.

I segnali che bisogna cogliere 

Nel mio lavoro, ho ascoltato ragazzini di terza media che teme­vano già il corpo, i cambiamenti ormonali, la paura di non piacere — e nessuno aveva mai fatto loro vedere che era normale, che serviva capire, che potevano parlarne.
Ho parlato con ragazze che mi hanno detto a bassa voce:

“Qualcuno mi ha toccata e non sapevo dire di no.”
E con ragazzi che, con imbarazzo, raccontavano di aver visto video sullo smartphone che li avevano spaventati, ma non avevano chiesto aiuto.

Ecco: sono queste ferite silenziose — non lo sturm und drang dell’adolescenza drammatica, ma il lento accumularsi di confusione, vergogna, isolamento — che l’educazione sessuo-affettiva può intercettare e trasformare.

Cosa significa educare all’affettività e alla sessualità 

  • Significa parlare di cambiamenti — corpo che cambia, ormoni, premura, sensazioni nuove — non come minaccia, ma come passaggio naturale che merita rispetto.

  • Significa introdurre il concetto di consenso, già da quell’età: che “sì” deve essere detto davvero e che “no” è un confine non negoziabile.

  • Significa costruire un linguaggio per l’affettività: riconoscere emozioni come gelosia, desiderio, paura, rispetto, abbandono — prima che diventino tutto o niente.

  • Significa rompere il silenzio su identità, orientamenti, differenze: perché se non lo facciamo noi, lo fanno i social, il web, il corpo degli altri e le voci confuse.

  • Significa anche prevenire: non solo infezioni, gravidanze, ma relazioni tossiche, bullismo sessuale, insicurezze profondissime. L’Ordine degli Psicologi lo sottolinea chiaramente: “limitare o escludere la possibilità di promuovere attività educative sui temi della sessuo-affettività significa privare le giovani generazioni di strumenti fondamentali”. ordinepsicologier.it+2Save the Children Italia+2

La scuola media come snodo strategico

Perché proprio alla scuola media? Perché è lì che la vulnerabilità si fa più fragile e lo scenario più insidioso:

  • I ragazzi iniziano a confrontarsi con i modelli sociali — influencer, social, sesso come spettacolo.

  • Le relazioni cambiano: amicizie più complesse, prime cotte, primi rifiuti.

  • La curiosità è elevata e le fonti di informazione informali (web, app) sono in piena attività, spesso senza filtro.

  • La mancanza di una guida può generare confusione, vergogna, incapacità di chiedere aiuto.

E allora: se alla scuola media non diamo strumenti, verranno fuori “da soli”, ma quasi sempre peggio di così. Una società che rimanda a “poi, alle superiori” rischia di perdere un’occasione cruciale.

Discorso discorsivo: perché si parla poco e perché è sbagliato

Spesso mi sono sentito dire: «Meglio non parlarne, che li incuriosiscono».
Ecco: questa frase dovrebbe farci arrestare un attimo. Perché un ragazzino che ha accesso a uno smartphone, che vede video, che riceve messaggi, curiosità ce l’ha già.
Ignorarla non la elimina: la sposta altrove — nella rete, nei segreti, nelle relazioni che nessun adulto ha preparato.

E allora ci confrontiamo con ragazzi che:

  • condividono foto senza capire le conseguenze;

  • subiscono pressioni ad avere “scene” da adulti;

  • hanno paura di chiedere “Ma è corretto?”, “È normale?”, “Mi è successo cosa devo fare?”;

  • cercano affetto, ribellione, attenzione — in modi che non sempre sono sicuri.

La scuola che rinuncia a intervenire dà un messaggio: non è importante, non è utile, non è tempo.
E invece è il tempo giusto. È il tempo in cui la curiosità può essere trasformata in consapevolezza.

I passaggi che funzionano 

Quando si lavora con ragazzi delle medie, bisogna cercare sempre di:

  1. Creare uno spazio protetto, dove non si sentano giudicati.

  2. Invitare al dialogo aperto, facendo domande semplici: «Cosa pensate quando vedete una storia su Instagram che sembra perfetta?»; «Cosa significa per voi “piacere” e “rispetto”?».

  3. Introdurre piccole attività concrete: giochi di ruolo, cartelloni, domande a coppie — non sermoni.

  4. Far collaborare famiglia-scuola-studente: se la famiglia non è coinvolta, il messaggio resta debole.

  5. Essere coerente: mostrare che “affettività e sessualità” non sono argomenti tabù, ma temi della vita quotidiana — come mangiare, dormire, studiare.

E quando al termine di un progetto qualcuno dice:

“Grazie, adesso so che posso chiedere. Non devo vergognarmi.”
so che qualcosa è cambiato. E se qualcosa è cambiato, allora è già una vittoria.

L’investimento che nessuno può ignorare

Non si tratta di “insegnare a fare sesso” — si tratta di insegnare a stare nel mondo con se stessi, con il proprio corpo, con le relazioni.
Si tratta di dare ai ragazzi delle scuole medie una bussola, non solo una mappa.
Una bussola per orientarsi nel mare mobile dell’affettività, del desiderio, della relazione, del rispetto.

E se danneggiamo quella bussola, allora non sorprende che molti giovani si perdano — nei social, negli sguardi sbagliati, nelle pressioni velate, nell’isolamento.

Ho fatto questo mestiere perché credo che la psicoterapia e l’intervento socio-educativo possano cambiare qualcosa.
E credo che la scuola media sia un posto strategico: non troppo presto, non troppo tardi. Il momento giusto è adesso.

Perché quando un ragazzino impara che il suo corpo conta, che le sue emozioni contano, che il “no” serve — diventa un adulto meno solo, meno in balia, più capace di scegliere.

E noi, che lo accompagniamo, possiamo dire con onestà: abbiamo messo un pezzo di mondo al sicuro.

Fonte foto: Aedrian Salazar (@aedrian) | Unsplash Photo Community

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