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Violenza ostetrica: il volto non umano della cura

Violenza ostetrica: il volto non umano della cura

In questi giorni ho terminato la lettura di Obstetric Violence as Gender Based Violence, volume curato da Lucia Re, Irene Strazzeri e Sara Fariello. Una lettura intensa, a tratti scomoda, ma estremamente preziosa per chiunque si occupi di salute, relazioni di aiuto e diritti delle persone.

Il libro affronta un tema che negli ultimi anni sta emergendo con sempre maggiore forza nel dibattito scientifico e sociale: la violenza ostetrica.

Confesso che, prima di approfondire l’argomento, anch’io tendevo a considerarlo un tema confinato all’ambito ginecologico o ostetrico. In realtà riguarda molto di più. Riguarda il modo in cui intendiamo la cura. Riguarda il rapporto tra potere e vulnerabilità. Riguarda il rispetto della persona nei momenti in cui è più fragile.

Quando la nascita diventa un’esperienza di sofferenza evitabile

La violenza ostetrica comprende tutti quei comportamenti, atteggiamenti o interventi che possono ledere la dignità, l’autonomia e il benessere della donna durante la gravidanza, il parto e il periodo successivo alla nascita.

Si tratta di episodi di vario genere.

Può manifestarsi attraverso procedure effettuate senza un consenso realmente informato, comunicazioni fredde o umilianti, interventi non necessari, mancanza di ascolto, negazione della possibilità di scegliere o semplicemente attraverso quella sensazione di essere diventate “un caso clinico” invece che una persona.

È proprio questa dimensione quotidiana a renderla difficile da riconoscere.

Molte donne raccontano esperienze che per anni hanno considerato normali. Solo successivamente trovano le parole per descrivere il disagio, il senso di impotenza o la ferita emotiva che quelle situazioni hanno lasciato.

Ma concretamente, quali comportamenti possono configurare una violenza ostetrica?

Quando si parla di violenza ostetrica molte persone immaginano immediatamente episodi estremi o aggressioni evidenti. In realtà il fenomeno comprende una vasta gamma di situazioni, alcune delle quali sono state a lungo considerate “normali” nella pratica clinica.

Naturalmente ogni intervento medico deve essere valutato nel suo contesto e può essere pienamente giustificato da esigenze cliniche. Il problema nasce quando tali procedure vengono eseguite senza informazione adeguata, senza consenso o senza una reale necessità.

Alcuni esempi riportati dalla letteratura scientifica e discussi nel volume sono:

• praticare un’episiotomia senza spiegazioni o senza il consenso della donna;

• effettuare visite vaginali ripetute da parte di diversi operatori senza un’effettiva necessità clinica;

• somministrare farmaci per accelerare il travaglio senza informare adeguatamente la partoriente;

• eseguire un taglio cesareo non urgente senza un reale coinvolgimento della donna nel processo decisionale;

• negare la presenza del partner o di una persona di fiducia quando non esistono motivazioni cliniche che lo giustifichino;

• utilizzare un linguaggio umiliante, colpevolizzante o sarcastico durante il travaglio;

• ignorare richieste di aiuto o di analgesia;

• scoraggiare o impedire alla donna di muoversi liberamente durante il travaglio senza motivazioni mediche;

• effettuare procedure in assenza di adeguata privacy;

• trattare la donna come un soggetto passivo anziché come protagonista del proprio percorso di nascita.

Anche alcune frasi apparentemente banali possono diventare forme di violenza psicologica quando vengono pronunciate in un momento di particolare vulnerabilità.

Frasi come:

“Adesso non lamentarti, ci dovevi pensare prima.”

“Se continui a piangere non collabori.”

“Stia ferma e faccia quello che le diciamo.”

“Qui decidiamo noi perché sappiamo cosa è meglio.”

possono lasciare un segno profondo nella memoria di una donna che sta vivendo uno degli eventi più importanti della propria vita.

Ciò che rende particolarmente complesso il tema della violenza ostetrica è che spesso non deriva dalla cattiva volontà dei professionisti. Le stesse ricerche riportate nel libro evidenziano come carichi di lavoro eccessivi, carenza di personale, modelli organizzativi rigidi e culture professionali fortemente gerarchiche possano favorire pratiche poco rispettose della soggettività della donna.

Per questo motivo il dibattito contemporaneo non punta a individuare colpevoli, ma a promuovere una cultura della nascita che metta al centro contemporaneamente sicurezza clinica, rispetto della persona e qualità della relazione di cura.

La vulnerabilità non è debolezza

Da psicoterapeuta, uno degli aspetti che mi ha maggiormente colpito riguarda il concetto di vulnerabilità.

La gravidanza e il parto rappresentano momenti di enorme apertura emotiva. Il corpo cambia, le paure aumentano, l’incertezza cresce. In queste condizioni la relazione con i professionisti della salute assume un’importanza enorme.

Quando una persona si affida alle cure di qualcuno, mette nelle sue mani qualcosa di molto prezioso: la fiducia.

La fiducia può essere accolta e custodita oppure tradita.

Il libro mostra come molte forme di violenza ostetrica nascano proprio all’interno di relazioni caratterizzate da forti squilibri di potere, dove il sapere tecnico rischia di sovrastare l’ascolto della persona.

Il paradosso della medicina moderna

Viviamo in un’epoca in cui la medicina ha raggiunto risultati straordinari.

La mortalità materna e infantile si è drasticamente ridotta rispetto al passato. Le tecnologie permettono interventi impensabili fino a pochi decenni fa.

Eppure il libro pone una domanda importante: è possibile che, mentre aumentava la nostra capacità di controllare i processi biologici, sia diminuita la nostra capacità di ascoltare l’esperienza soggettiva delle persone?

La questione non è essere favorevoli o contrari alla medicina.

La vera sfida è evitare che l’efficienza sostituisca la relazione.

Perché una nascita sicura non coincide necessariamente con una nascita rispettosa.

E una procedura tecnicamente impeccabile può comunque lasciare una ferita psicologica se la persona si è sentita ignorata, umiliata o privata della possibilità di scegliere.

Una questione che riguarda tutti

Sarebbe un errore pensare che il problema riguardi soltanto le donne o i professionisti dell’area materno-infantile.

La violenza ostetrica rappresenta una lente attraverso cui osservare qualcosa di più ampio: il rischio che la cura perda la sua dimensione umana.

Ogni professionista della salute, ogni psicologo, ogni educatore, ogni operatore che lavora con persone vulnerabili dovrebbe interrogarsi su questo tema.

Quanto spazio lasciamo realmente all’ascolto?

Quanto siamo capaci di distinguere ciò che è utile per la persona da ciò che semplicemente è più comodo per l’organizzazione?

Quanto siamo disposti a condividere il potere decisionale con chi abbiamo di fronte?

Una riflessione finale

La parola “cura” deriva da un’idea antica: prendersi a cuore qualcuno.

Non significa soltanto intervenire su un sintomo o risolvere un problema. Significa riconoscere l’umanità dell’altro, soprattutto quando si trova in una condizione di fragilità.

La lettura di Obstetric Violence as Gender Based Violence mi ha ricordato che la qualità di una cura non si misura esclusivamente dai risultati clinici, ma anche dal modo in cui una persona si sente vista, ascoltata e rispettata durante il percorso.

Forse è proprio qui che si gioca la differenza tra assistere una persona e prendersene realmente cura.

In fondo, la nascita è certamente un evento biologico. Ma è anche un evento emotivo, relazionale e profondamente umano. E ogni volta che la tecnica dimentica questa dimensione, il rischio è che la cura smarrisca il proprio significato più autentico.

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