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Essere psicoterapeuta e genitore: il difficile equilibrio tra cura, identità e presenza

Essere psicoterapeuta e genitore: il difficile equilibrio tra cura, identità e presenza

Conversazione con la Dott.ssa Deborak D’Antoni

Essere psicoterapeuta e genitore significa abitare quotidianamente due ruoli fondati sulla cura, sulla presenza e sulla responsabilità emotiva. In questa conversazione, la Dott.ssa Deborak D’Antoni riflette su come maternità e professione si influenzino reciprocamente, tra confini, vulnerabilità e crescita personale.

Ci sono professionisti che si stimano per competenza.

Altri per il modo in cui abitano la professione.

La Dott.ssa Deborak D’Antoni appartiene, per me, a quella seconda categoria più rara: persone capaci di tenere insieme rigore clinico, umanità e autenticità senza trasformare la professione in una maschera.

In un tempo in cui il lavoro psicologico rischia spesso di diventare performance, esposizione o produttività continua, il suo modo di essere terapeuta mi ha sempre colpito per equilibrio, sensibilità e presenza reale.

Per questo ho pensato che fosse la persona giusta con cui aprire una riflessione su un tema tanto complesso quanto poco raccontato con sincerità: cosa significa essere contemporaneamente psicoterapeuti e genitori.

Essere terapeuta cambia il modo di essere genitore? Ne abbiamo parlato insieme.

Domanda
Secondo te, il lavoro psicoterapeutico influenza inevitabilmente il modo di vivere la genitorialità? In che modo? E viceversa: diventare genitore cambia il terapeuta?

Risposta
Quando Francesco Rappoccio mi ha proposto di riflettere insieme su questo tema così delicato e profondo, ho provato un’emozione particolare. La sua richiesta arrivava da un professionista che stimo profondamente, per la sensibilità, l’empatia e la capacità di prendersi cura delle persone con autentica gentilezza. Proprio per questo la sua domanda è diventata anche un’occasione per fermarmi e riflettere sul rapporto tra le due parti oggi più presenti nella mia vita: quella materna e quella professionale.

La risposta è sì. Da quando sono diventata madre, il dialogo tra la mia parte professionale e quella genitoriale è diventato costante. Il lavoro psicoterapeutico non resta confinato nello studio.

Come ricorda Janina Fisher, la mente non è un’entità unica, ma un insieme di parti che dialogano tra loro. Per questo considero la psicoterapia personale uno strumento fondamentale.

Come Bowlby ci ha insegnato, la sicurezza nasce attraverso continue rotture e riparazioni all’interno di una relazione sufficientemente sicura.

La maternità mi ha fatto sperimentare un amore, una responsabilità e una vulnerabilità che hanno inevitabilmente influenzato il mio lavoro.

Ha modificato anche i miei interessi formativi, avvicinandomi ulteriormente ai temi dell’attaccamento, dell’EMDR e della psicoterapia focalizzata sulla compassione.

Domanda
Pensi che l’esperienza della maternità abbia modificato anche il tuo modo di stare in terapia con i pazienti?

Risposta
Molto. L’accudimento costante, la responsabilità, la fatica e la necessità di esserci ogni giorno hanno ampliato il mio bagaglio umano e professionale.

Resto convinta che diventare psicoterapeuti integrati sia un percorso che passa inevitabilmente dal diventare persone integrate.

Chi lavora nella relazione d’aiuto conosce bene una forma di stanchezza che non è soltanto fisica. È una saturazione mentale, emotiva e relazionale.

Domanda
Come riesci a separare, quando possibile, il lavoro clinico dalla vita privata?

Risposta
I confini per me sono una forma di protezione. Cerco di costruire relazioni terapeutiche fondate su regole chiare, orari definiti e aspettative condivise.

La maternità mi ha portata a ridefinire anche i tempi del lavoro. Accanto ai confini professionali esistono poi quelli personali: attività fisica, relazioni sane, letture, formazione, psicoterapia personale e confronto con colleghi.

Come ricorda Steven C. Hayes, la sofferenza aumenta quando cerchiamo rigidamente di aderire a un’immagine ideale di noi stessi.

Il senso di colpa è stato una delle esperienze più difficili da gestire. Con l’arrivo delle mie figlie ho dovuto rallentare e ridefinire priorità.

Non credo nella perfezione. Credo nella capacità di restare in ascolto e di trovare nuove forme di equilibrio.

Ho imparato a preferire la presenza autentica all’illusione della perfezione.

Ho imparato ad accettare i giorni di stanchezza, gli errori, i limiti e l’imprevedibilità.

Soprattutto, ho imparato il valore delle relazioni sane e delle reti di sostegno.

La psicoterapia insegna qualcosa che la genitorialità conferma ogni giorno: non possiamo controllare tutto.

Non esiste una ricetta universale. La costruzione della professione e quella della famiglia sono entrambe esperienze che richiedono cura, tempo e investimento emotivo.

Per questo consiglierei sempre un percorso di psicoterapia personale.

In chiusura

Parlare di psicoterapia e genitorialità significa parlare di identità, confini, presenza e vulnerabilità.

Formazione continua, terapia personale e supervisione clinica non sono optional, ma strumenti di tutela psicologica e professionale.

Prendersi cura di sé non è egoismo. È responsabilità clinica.

Perché il nostro obiettivo non è diventare terapeuti impeccabili, ma restare esseri umani sufficientemente integri da poter accompagnare qualcun altro nel proprio percorso.

 

Note sugli autori

Deborak D’Antoni è psicologa e psicoterapeuta. Si occupa di psicoterapia, attaccamento, trauma e percorsi di benessere personale.

Francesco Rappoccio è psicologo e psicoterapeuta, autore di articoli divulgativi sui temi della psicologia clinica, della psicoterapia e della crescita personale.

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