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I “nuovi” maschi

I “nuovi” maschi

Da giorni ho iniziato a guardare Dentro la manosfera — titolo originale “The Dangerous Rise of the Manosphere” — e più vado avanti più mi rendo conto che non è solo una visione, è quasi un campo di osservazione clinico.

E poi c’è lui, Louis Theroux.

Se non lo conosci, è uno di quei giornalisti che non entrano nelle storie con il martello, ma con un silenzio quasi disarmante. Il suo stile è semplice solo in apparenza: si mette lì, ascolta, fa domande che sembrano ingenue — e proprio per questo sono devastanti.

Non provoca nel modo classico. Non attacca frontalmente.

Fa una cosa molto più sottile: lascia spazio alle persone di raccontarsi fino a esporsi da sole.

In questa trasmissione, Theroux entra nei mondi della manosfera senza caricature. Parla con influencer, ideologi, uomini che abitano questi spazi digitali e li prendono tremendamente sul serio. E invece di demolirli dall’esterno, li accompagna — quasi li segue — mentre costruiscono da soli il proprio discorso.

È un metodo che, da psicoterapeuta, riconosco subito.

Perché è lo stesso principio che regge una buona seduta: se dai abbastanza spazio, le contraddizioni emergono. Non serve forzarle.

E qui la serie diventa interessante davvero. Perché mentre Theroux osserva, non giudica apertamente, ma non legittima neanche. Rimane in quella zona scomoda in cui lo spettatore è costretto a pensare. Niente scorciatoie morali, niente spiegazioni preconfezionate.

Eppure — ed è qui che torno al punto — quello che emerge non è neutro.

Perché sì, dietro certi discorsi c’è sofferenza, confusione, senso di perdita. Ma c’è anche un modo in cui alcuni uomini trattano le donne che va chiamato per nome: strumentale, riduttivo, profondamente svalutante, violento.

Le donne diventano metriche. Status. Obiettivi.

Non persone.

E questo non è un dettaglio sociologico, è un problema relazionale enorme.

Nel mio lavoro lo vedo in forme “meno estreme”, più “pulite”, quasi razionalizzate. Uomini intelligenti, anche sensibili, che però parlano delle relazioni come se fossero sistemi da ottimizzare. Come se bastasse applicare le regole giuste per ottenere il risultato desiderato.

Ma le persone non sono equazioni.

E quando inizi a trattarle così, qualcosa si rompe.

La serie mostra bene come questa visione si leghi a un senso di diritto — spesso implicito, raramente dichiarato. L’idea che, se fai tutto “bene”, allora qualcosa ti spetta. Attenzione: è qui che il terreno diventa scivoloso.

Perché la realtà è molto meno consolante: tutti ti devono desiderio, amore o attenzione.

E quando questo non avviene, il rischio è che la frustrazione si trasformi in risentimento. E il risentimento, se coltivato, diventa una lente attraverso cui leggere tutto — soprattutto le donne.

Theroux, con il suo modo quasi disarmato di stare dentro queste dinamiche, non ti dice cosa pensare. Ma ti mette davanti a qualcosa che è difficile ignorare: la distanza tra il bisogno reale di connessione e il modo in cui viene cercata.

E quella distanza, spesso, fa danni.

C’è anche un altro nodo che mi colpisce: la difficoltà maschile nel tollerare il rifiuto. Non in teoria — tutti dicono di accettarlo — ma emotivamente. Nella pancia. Nella ferita narcisistica che lascia.

Quando questa ferita non viene riconosciuta, si trasforma.

Diventa accusa. Generalizzazione. Spesso disprezzo.

E allora sì, nasce allora il bisogno di molti uomini di trovare uno spazio, una direzione, un’identità nuova. È legittimo. È necessario.

Ma non tutto ciò che offre risposta è anche sano.

La manosfera, in questo senso, è una risposta potente perché è semplice, coerente, rassicurante. Ma è anche, spesso, una risposta che evita il punto più difficile: stare nella propria vulnerabilità senza trasformarla in un’arma contro l’altro.

Guardando “The Dangerous Rise of the Manosphere”, ho la sensazione di assistere a qualcosa in formazione. Un passaggio. Un territorio instabile.

Da una parte uomini che cercano di capire chi sono senza le vecchie mappe.

Dall’altra, il rischio di costruire nuove mappe basate sul controllo, sulla paura, sulla riduzione dell’altro.

E no, non è una buona direzione.

Se c’è una cosa che continuo a pensare, seduta dopo seduta, episodio dopo episodio, è questa:

capire gli uomini non significa assolverli.

Ma smettere di capirli — quello sì — rischia di peggiorare tutto.

Il punto, forse, è tenere insieme entrambe le cose.

Senza sconti. Senza semplificazioni.

E questa, oggi, è già una posizione tutt’altro che comoda.

Fonte foto: Anastase Maragos (@visualsbyroyalz) | Unsplash Photo Community

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