Quando nessuno basta: riflessioni dopo la morte di P. M.
Come uomo e come psicoterapeuta provo una profonda tristezza nel leggere e ascoltare quanto accaduto a P. M., un ragazzo di 14 anni che si è tolto la vita pochi giorni fa. La sua storia – che sta emergendo dolorosamente nel dibattito pubblico – è simbolo di un disagio che conosciamo, ma che ancora oggi non sappiamo davvero affrontare.
Secondo quanto riportato dalla famiglia, P. M. sarebbe stato vittima di bullismo sistematico, fatto di prese in giro, insulti sull’aspetto fisico, aggressioni verbali e via chat. In particolare, pare venisse deriso per i capelli lunghi, con appellativi sessisti e umilianti. Offese che, secondo i genitori, sarebbero state segnalate più volte alla scuola, senza interventi concreti.
Cosa sappiamo
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P. M. frequentava un istituto tecnico industriale in provincia di Latina.
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La famiglia ha dichiarato che il ragazzo subiva da tempo bullismo da parte di alcuni coetanei.
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I comportamenti ostili si sarebbero estesi anche alle chat scolastiche e ai social, rendendo il disagio continuo e pervasivo.
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I genitori affermano di aver inviato segnalazioni verbali e scritte alla scuola, senza ottenere risposte efficaci.
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La scuola dichiara invece che non vi sono state denunce formali e che era comunque attivo uno sportello psicologico.
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La procura ha aperto un’indagine per istigazione al suicidio, con sequestro dei dispositivi del ragazzo e di alcuni compagni per accertare eventuali responsabilità.
Bullismo e rischio suicidario: il quadro psicologico
Nel mio lavoro clinico, ho incontrato molti adolescenti vittime di bullismo. Alcuni parlano apertamente, altri restano in silenzio per mesi, spesso per paura di non essere creduti, o per vergogna. Alcuni sorridono fuori e piangono dentro. E in casi estremi, arrivano a pensare che l’unico modo per far cessare il dolore sia smettere di esistere.
Il bullismo non è mai un semplice scherzo
Bullismo significa violenza sistematica, ripetitiva, con uno squilibrio di potere. Può essere fisico, verbale, sociale o digitale.
Nel caso di P. M., si parla di anni di umiliazioni e derisioni pubbliche e online. Il ragazzo – secondo quanto trapelato – aveva una forte sensibilità e viveva queste esperienze come profondamente invalidanti.
Approfondimento: bullismo e suicidio – cosa dice la scienza
La letteratura scientifica è chiara: il bullismo è uno dei più potenti fattori di rischio per la salute mentale in adolescenza.
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Secondo una metanalisi pubblicata su JAMA Pediatrics (Holt et al., 2014), le vittime di bullismo hanno più del doppio del rischio di sviluppare ideazione suicidaria, e oltre il triplo del rischio di tentato suicidio rispetto ai loro pari.
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In uno studio longitudinale norvegese (Sourander et al., 2007), i bambini bullizzati tra gli 8 e i 14 anni presentavano un rischio molto elevato di disturbi psichiatrici e tentativi di suicidio in età adolescenziale.
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Il cyberbullismo, inoltre, rappresenta un’aggravante. Secondo uno studio su The Lancet Child & Adolescent Health (Sampasa-Kanyinga et al., 2018), le vittime di cyberbullismo hanno un rischio aumentato fino al 50% di depressione e condotte suicidarie.
Come agisce il bullismo nella mente di un adolescente
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Identità distrutta: il bullismo colpisce l’immagine di sé, specialmente in fase di costruzione identitaria come l’adolescenza.
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Senso di isolamento: la vittima può sentirsi sola, non capita, non protetta né dalla scuola né dalla famiglia.
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Disperazione appresa: se il disagio persiste e non riceve risposte, si sviluppa la convinzione che “nulla potrà mai cambiare”. È questa la radice più profonda del pensiero suicidario.
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Mancanza di un alleato: spesso, anche in contesti scolastici con psicologi o insegnanti attenti, il ragazzo non trova quel singolo adulto che lo guarda negli occhi e dice: “Io ci sono per te”.
Cosa possiamo fare – adulti, scuole, famiglie
1. Le scuole
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Avere protocolli reali anti-bullismo, non solo sulla carta. Le segnalazioni devono essere prese sul serio, documentate e gestite con tempestività.
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Formare il personale: insegnanti, collaboratori scolastici e dirigenti devono saper riconoscere i segnali di disagio psicologico e bullismo, anche quello “sottile”.
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Sportelli psicologici realmente accessibili: devono essere parte integrante della scuola, non un servizio marginale.
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Favorire una cultura del rispetto: promuovere attività che insegnino empatia, ascolto, accoglienza della diversità.
2. Le famiglie
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Ascoltare, osservare, parlare: spesso gli adolescenti comunicano la sofferenza con comportamenti più che con parole. Cambiamenti improvvisi vanno presi sul serio.
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Non sottovalutare mai frasi come “non ce la faccio più”, “nessuno mi capisce” o “non voglio più andare a scuola”.
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Rivolgersi ai professionisti della salute mentale anche prima che la situazione diventi critica. Non è un fallimento, ma un atto di cura.
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Essere una presenza stabile, senza invadere ma neppure scomparire dietro il rispetto “malinteso” della privacy.
3. Gli adulti e la società
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Cambiare il linguaggio collettivo: gli “scherzi” sessisti, le offese sull’aspetto fisico, la mascolinità tossica, l’idea che “i ragazzi devono imparare a cavarsela” sono messaggi che normalizzano la violenza.
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Educare alle emozioni, a casa, a scuola, nelle attività sportive e culturali.
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Investire nei servizi territoriali per l’infanzia e l’adolescenza: non si può affrontare il disagio giovanile con strumenti minimi o inadeguati.
Il potere dell’alleanza
Quasi sempre, nella mia esperienza, ciò che salva un ragazzo dal baratro è avere almeno una persona significativa al suo fianco.
Un genitore, un insegnante, un amico, un terapeuta: non importa chi, ma qualcuno che dica “Ti vedo. Ti credo. Non sei solo.”
La morte di P. M. è una tragedia che ci riguarda tutti. Non possiamo limitarci a interrogarci su “di chi è la colpa”.
Dobbiamo chiederci: quante occasioni abbiamo avuto per ascoltare, per intervenire, per esserci davvero?
Come psicoterapeuta, ma soprattutto come adulto, sento che non possiamo più permettere che altri adolescenti credano che il silenzio sia più sopportabile della vita.
Per P. M., e per tutti i ragazzi che vivono in silenzio la stessa sofferenza, dobbiamo fare meglio. Ora.
Fonte foto: Road Ahead (@roadahead_2223) | Unsplash Photo Community
Bibliografia
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Holt, M. K., Vivolo-Kantor, A. M., et al. (2014). Bullying and suicidal ideation and behaviors: A meta-analysis. JAMA Pediatrics, 168(5), 435–442.
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Sourander, A., et al. (2007). Childhood bullying behaviour and later psychiatric hospital and psychopharmacologic treatment. Archives of General Psychiatry, 64(3), 302–308.
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Sampasa-Kanyinga, H., & Hamilton, H. A. (2018). Cyberbullying and reports of depression and suicide attempts among adolescents. The Lancet Child & Adolescent Health, 2(1), 19–25.
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Beck, A. T. et al. (1975). Cognitive Therapy of Depression. Guilford Press.
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Salmivalli, C., et al. (2011). The KiVa anti-bullying program: Effects and implementation. Trends in Cognitive Sciences, 15(4), 156–163.