Violenza urologica: il silenzio degli uomini
Nel mio lavoro di psicoterapeuta ho spesso ascoltato e accolto i racconti di donne che hanno vissuto esperienze dolorose, umilianti o traumatiche durante visite ginecologiche e assistenza al parto, talvolta riconducibili a forme di violenza ostetrica e ginecologica. Storie che portavano con sé sofferenza, rabbia, vergogna e, non di rado, la difficoltà di dare un nome a ciò che era accaduto.
Eppure, in tutti questi anni, mi è capitato raramente di ascoltare un uomo raccontare un’esperienza analoga durante una visita urologica. Questo non significa che non accada, ma mi ha fatto riflettere su quanto poco si parli della vulnerabilità maschile in ambito sanitario, del dolore durante le procedure intime e del diritto di sentirsi rispettati anche e soprattutto quando ci si affida a un medico.
Da questa riflessione nasce questo articolo: dalla necessità di dare spazio a un tema ancora poco esplorato, interrogandoci su ciò che gli uomini possono vivere, ma spesso non riescono a raccontare.
Quando una visita diventa un’esperienza difficile
Ci sono visite mediche di cui non si parla, esperienze che si archiviano in silenzio e dolori che si imparano a sopportare. Per molti uomini, la salute urologica è ancora un territorio poco conosciuto, attraversato da imbarazzo, paura e disinformazione. Eppure, il diritto di essere ascoltati e rispettati vale anche quando si è distesi su un lettino, vulnerabili e affidati alle mani di un medico.
C’è un aspetto della salute maschile di cui si parla ancora troppo poco: la possibilità che una visita medica venga vissuta da un uomo come un’esperienza dolorosa, umiliante o persino traumatica.
Il termine violenza urologica non identifica una categoria clinica o giuridica univoca. Può descrivere esperienze molto diverse: manovre eseguite senza adeguate spiegazioni, dolore ignorato, comportamenti umilianti o procedure effettuate senza un consenso valido.
Non ogni dolore durante un esame è una violenza: alcune procedure possono essere dolorose anche quando vengono eseguite correttamente. Ma proprio per questo sono fondamentali l’informazione, il consenso e la possibilità di esprimere il proprio disagio.
Il problema nasce quando il dolore viene minimizzato, le richieste ignorate o il paziente indotto a credere che lamentarsi sia una debolezza.
Perché gli uomini fanno meno prevenzione?
A molti uomini viene insegnato fin dall’infanzia che bisogna resistere, non lamentarsi e non mostrare paura. Chiedere aiuto può essere vissuto come un segno di fragilità. Il risultato è che si rimandano visite, si ignorano sintomi e si rinuncia ai controlli per imbarazzo o timore.
La visita urologica può comportare l’esposizione dei genitali e il contatto con zone intime. Per chi non sa che cosa aspettarsi, questa prospettiva può alimentare ansia e vergogna.
A tutto questo si aggiunge una carenza di informazioni. Molti uomini non sanno come si svolga una visita, quando sia opportuno rivolgersi a uno specialista e quali controlli siano indicati in base all’età e alla propria storia clinica.
Non basta dire agli uomini di fare prevenzione: bisogna spiegare loro come funziona, perché è importante e che cosa possono aspettarsi. La prevenzione non dovrebbe essere un percorso da affrontare alla cieca.
Il consenso non è una firma
Quando si entra in uno studio medico, si tende ad attribuire al professionista un’autorità indiscutibile. Il camice e le competenze tecniche possono indurre il paziente a pensare che non gli spetti fare domande o esprimere dubbi.
Ma la competenza del medico non cancella l’autonomia della persona.
Il consenso informato, tutelato in Italia dalla Legge 219/2017, significa che il paziente deve ricevere informazioni comprensibili e partecipare alle decisioni che riguardano la propria salute.
Durante una visita, ha diritto di sapere che cosa sta per accadere, chiedere chiarimenti e a manifestare il proprio disagio. Può chiedere una pausa o l’interruzione di una procedura, tenendo conto delle eventuali conseguenze cliniche.
Presentarsi a una visita non significa accettare qualsiasi manovra senza possibilità di ripensamento. Il consenso non è una delega in bianco.
«Mi fa male»: le parole che un uomo deve potersi permettere
C’è una frase che dovrebbe poter essere pronunciata senza vergogna durante qualsiasi visita medica: «Mi fa male».
E, quando necessario: «Si fermi, per favore».
Il dolore non è una prova da superare per dimostrare di essere coraggiosi. È un’informazione clinica che il medico deve valutare.
Alcune manovre possono provocare fastidio, ma questo non giustifica l’indifferenza verso le reazioni del paziente. A volte è possibile modificare la tecnica, fare una pausa, spiegare meglio ciò che si sta facendo o valutare alternative.
Non bisogna aspettare che il dolore diventi insopportabile per segnalarlo. Non è necessario giustificarsi o temere di sembrare esagerati.
È importante anche raccontare le esperienze passate. Se una precedente visita è stata dolorosa o umiliante, comunicarlo può aiutare a preparare meglio un controllo successivo. Raccontare non significa accusare automaticamente: significa riconoscere il valore della propria esperienza.
Il silenzio dopo una visita difficile
Un uomo può uscire da uno studio medico provando vergogna, rabbia o confusione. Può convincersi di aver esagerato oppure decidere di non tornare più.
Un’esperienza sanitaria negativa può compromettere la fiducia nei professionisti e diventare un ostacolo alla prevenzione. Per questo è importante non minimizzare il disagio: parlarne con un altro medico, con una persona di fiducia o, se necessario, con uno psicologo/psicoterapeuta può aiutare a elaborare quanto accaduto.
Quando si ritiene che il comportamento del professionista sia stato inappropriato, è possibile chiedere chiarimenti e rivolgersi alla struttura sanitaria per conoscere gli strumenti di tutela disponibili.
Il silenzio non deve diventare un obbligo.
La cura comincia dal rispetto
Gli uomini possono sentirsi vulnerabili, avere paura e provare imbarazzo. Nulla di tutto questo diminuisce la loro dignità.
Una visita rispettosa richiede spiegazioni chiare, attenzione al dolore, tutela della privacy, consenso e disponibilità ad ascoltare.
Parlare di violenza urologica significa riconoscere che la prevenzione non dipende soltanto dalla volontà individuale. Dipende anche dalla possibilità di accedere alle cure senza paura di essere umiliati, ignorati o costretti a tacere.
Dobbiamo insegnare agli uomini che il dolore non è una medaglia, che chiedere aiuto non è una debolezza e che il corpo non è una prova di virilità. E dobbiamo ricordare ai professionisti che la competenza tecnica, per quanto indispensabile, non esaurisce il significato della cura.
Il tuo corpo ti appartiene anche quando sei in uno studio medico. Puoi chiedere spiegazioni, dire che hai paura, segnalare il dolore e chiedere di fermarti.
Perché una visita dovrebbe essere un luogo in cui affidarsi, non un luogo in cui imparare a tacere.
E nessuna persona dovrebbe uscire da uno studio medico convinta che, per essere curata, debba rinunciare al diritto di dire: «Mi fa male. Si fermi».
Nota: «violenza urologica» è utilizzato in senso descrittivo e divulgativo, non come categoria giuridica autonoma. Il riferimento normativo italiano sul consenso informato è la Legge 22 dicembre 2017, n. 219.
Fonte foto: Oriol Hausmann (@hauxmann) | Unsplash Photo Community