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Quando l’amore non basta ma non vogliamo rinunciarci

Quando l’amore non basta ma non vogliamo rinunciarci

Ci sono consigli che arrivano dalle persone che ci conoscono bene e che, proprio per questo, meritano di essere ascoltati.

Una delle mie migliori amiche, A., si è confermata ancora una volta un’attenta e raffinata esploratrice di storie: non soltanto una grande appassionata di libri, ma anche un’esperta di serie TV capace di scovare quelle che hanno qualcosa da raccontare. È stata lei a consigliarmi Wanderlust. E, ancora una volta, devo riconoscerle il merito di avermi accompagnato in una storia che va ben oltre ciò che appare in superficie, aprendo domande interessanti sulle relazioni, sul desiderio e sulle molte forme che può assumere l’amore.

Quando la coppia entra in crisi, non è detto che l’amore sia finito

Wanderlust è una miniserie britannica del 2018, composta da sei episodi, che affronta un tema tanto intimo quanto universale: che cosa succede a una relazione quando il desiderio si affievolisce, la quotidianità prende il sopravvento e le persone che si sono scelte continuano a volersi bene, ma non riescono più a riconoscersi nella vita che hanno costruito insieme?

Al centro della storia ci sono Joy e Alan Richards, una coppia sposata da molti anni. Lei è una psicoterapeuta, lui un insegnante. La loro relazione non è priva di affetto, complicità e storia condivisa, ma la dimensione sessuale si è progressivamente inceppata. Quello che un tempo sembrava naturale è diventato faticoso, prevedibile, a tratti persino estraneo.

Una situazione che, al di là della specificità dei personaggi, pone una domanda importante: si può continuare ad amare qualcuno e, allo stesso tempo, sentire che il modo in cui si sta insieme non ci basta più?

La serie non cerca una risposta rassicurante e non propone una formula da applicare alle relazioni in crisi. Ci invita, piuttosto, a restare dentro la complessità, senza affrettarci a stabilire chi abbia ragione e chi torto.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente: Wanderlust non racconta la fine di un amore, ma il momento in cui una coppia è costretta a interrogarsi sulla forma che quell’amore ha assunto.

Il desiderio non è un interruttore

Siamo abituati a pensare al desiderio come a qualcosa che dovrebbe funzionare spontaneamente. Se amiamo una persona, dovremmo desiderarla. Se non la desideriamo più come prima, forse non la amiamo abbastanza. E se la sessualità cambia, allora qualcosa nella relazione deve essersi necessariamente rotto.

Ma le cose sono più complicate.

Il desiderio sessuale è influenzato da numerosi fattori: la qualità della relazione, lo stress, la stanchezza, i cambiamenti del corpo, le aspettative, le esperienze personali e il modo in cui ciascuno vive l’intimità. In una relazione di lunga durata, inoltre, la familiarità può essere contemporaneamente una risorsa e una difficoltà. Ci offre sicurezza, ma può anche rendere meno immediata la percezione dell’altro come qualcuno da scoprire.

Conoscere profondamente una persona non significa necessariamente continuare a desiderarla nello stesso modo. E il cambiamento del desiderio non rappresenta, di per sé, una prova della fine dell’amore.

Joy e Alan si trovano proprio in questo spazio ambiguo: quello in cui non è semplice distinguere ciò che si è perduto da ciò che non si è mai davvero imparato a raccontarsi.

Da psicoterapeuta, trovo interessante la possibilità di leggere questa difficoltà non soltanto come un problema sessuale, ma come un’occasione per interrogarsi sul funzionamento della coppia. Che cosa è diventato difficile dire? Quali bisogni sono rimasti inespressi? Quanto spazio c’è ancora per la curiosità, per la vulnerabilità, per il confronto autentico?

A volte, infatti, il problema non è soltanto che non facciamo più sesso come prima. È che abbiamo smesso di parlarci davvero di ciò che desideriamo, temiamo o non riusciamo più a riconoscere in noi stessi.

La coppia aperta è una soluzione?

Nel tentativo di affrontare la crisi, Joy e Alan arrivano a mettere in discussione le convenzioni della loro relazione, fino a prendere in considerazione l’apertura della coppia.

È uno dei passaggi più stimolanti della serie, perché tocca un argomento sul quale si tende spesso a ragionare per contrapposizioni: da una parte la monogamia, considerata da alcuni l’unica forma autentica di amore; dall’altra le relazioni non monogame, talvolta descritte come una conquista di libertà o, al contrario, come il segnale di una crisi inevitabile.

Io credo che la questione sia meno semplice.

Non è la forma della relazione, da sola, a dirci se una coppia funziona. Una relazione monogama può essere soffocante, così come una relazione aperta può essere costruita su accordi consapevoli, rispetto e responsabilità reciproca. E può accadere anche il contrario.

La domanda fondamentale, allora, non è se aprire una coppia sia giusto o sbagliato, ma che cosa stiamo cercando di ottenere attraverso questa scelta.

Lo facciamo perché desideriamo esplorare insieme una possibilità che sentiamo autentica? Perché abbiamo bisogno di ridefinire gli accordi della nostra relazione? Oppure speriamo che un cambiamento esterno risolva una difficoltà che non riusciamo ad affrontare?

Sono domande che non hanno risposte universali. E non sempre le motivazioni sono così limpide da poter essere distinte nettamente: possiamo desiderare una maggiore libertà e, contemporaneamente, avere paura di perdere la persona che amiamo.

La serie mi è piaciuta anche perché non trasforma l’apertura della coppia in una ricetta miracolosa. Cambiare le regole di una relazione non significa automaticamente cambiare il modo in cui ci si incontra. Si può ampliare lo spazio della libertà senza riuscire a colmare quello della distanza emotiva.

E, soprattutto, la libertà non elimina la responsabilità verso l’altro. Semmai, in alcune situazioni, la rende ancora più necessaria.

Quando il dolore cerca altre strade

Wanderlust non si ferma alla sessualità e alla crisi coniugale. Progressivamente, la storia di Joy lascia emergere questioni più profonde, legate al lutto, al senso di colpa e alla difficoltà di entrare in contatto con alcune esperienze dolorose.

Questo passaggio aggiunge un livello psicologico importante alla narrazione. A volte, infatti, comportamenti che sembrano parlare esclusivamente di sesso, trasgressione o ricerca di novità possono avere anche altre funzioni: allontanarci da emozioni difficili, restituirci una sensazione di vitalità, permetterci di non fermarci su ciò che fa male.

Naturalmente, non ogni comportamento sessuale intenso o non convenzionale nasconde un disagio psicologico. Sarebbe una lettura riduttiva e, soprattutto, ingiusta. Il significato di un comportamento dipende dalla storia della persona, dal contesto e dalla funzione che quel comportamento assume nella sua vita.

Ma la serie suggerisce una domanda interessante: che cosa accade quando cerchiamo fuori da noi una risposta a qualcosa che, prima o poi, dovremo incontrare dentro di noi?

Non sempre desideriamo soltanto una persona diversa, un’esperienza nuova o una vita meno prevedibile. A volte desideriamo sentirci diversi da come ci sentiamo. Più vivi, meno colpevoli, meno soli. E possiamo confondere questa ricerca con la convinzione che basti cambiare qualcosa nella nostra vita perché il dolore si attenui.

Il problema non è cercare il cambiamento. È aspettarsi che il cambiamento ci risparmi necessariamente il confronto con noi stessi.

Anche gli psicoterapeuti hanno bisogno di essere ascoltati

C’è un altro aspetto che ho trovato interessante: Joy è una psicoterapeuta. È abituata ad ascoltare, a interrogare le emozioni, a riconoscere le contraddizioni e ad accompagnare gli altri nella comprensione di sé. Eppure, quando si tratta della propria vita, non dispone di una prospettiva privilegiata che le permetta di comprendere tutto con chiarezza.

Mi sembra un elemento importante, anche per chi svolge una professione d’aiuto.

Conoscere i meccanismi psicologici non ci rende immuni dalla sofferenza. Sapere che cosa può accadere durante una crisi non significa essere capaci di attraversarla senza smarrimenti. E avere gli strumenti per aiutare gli altri non equivale ad avere sempre a disposizione le parole giuste per sé stessi.

Siamo persone prima ancora che professionisti. Abbiamo legami, paure, desideri, lutti e contraddizioni. Possiamo riconoscere con lucidità un meccanismo nella storia di qualcun altro e impiegare molto più tempo per vederlo nella nostra.

In fondo, forse, la competenza psicologica non consiste nel sapere sempre che cosa ci sta accadendo, ma nel riuscire a tollerare il fatto che, qualche volta, non lo sappiamo ancora.

Joy mi è sembrata interessante proprio per questo: non perché rappresenti un modello da imitare, ma perché mostra quanto possa essere difficile applicare alla propria vita quella stessa curiosità che sappiamo rivolgere agli altri.

Che cosa mi è piaciuto di Wanderlust

Mi è piaciuto che la serie non riduca tutto al sesso. Il desiderio è il punto di partenza, ma diventa progressivamente una porta d’accesso ad altre questioni: il tempo che passa, le aspettative che cambiano, la paura di perdere ciò che conosciamo e il bisogno, a volte scomodo, di riconoscere che non siamo più esattamente le persone di un tempo.

Ho apprezzato anche l’ambivalenza dei personaggi. Non sono figure facilmente classificabili in buoni e cattivi, vittime e responsabili, persone mature e persone immature. Fanno scelte discutibili, si contraddicono, cercano risposte e, talvolta, sembrano complicare ulteriormente i problemi che vorrebbero risolvere.

È una rappresentazione che lascia spazio alla riflessione, perché non ci consegna personaggi perfetti ai quali aderire, ma persone nelle quali possiamo riconoscere qualcosa di noi, anche quando non condividiamo le loro decisioni.

Ho trovato stimolante, inoltre, il modo in cui la serie intreccia la dimensione individuale con quella relazionale. Una crisi di coppia non riguarda mai soltanto due persone che non riescono più a intendersi: può portare alla luce domande sull’identità, sulla libertà, sulla paura della solitudine e sul modo in cui abbiamo imparato a stare in relazione.

Forse alcune dinamiche descritte avrebbero meritato una maggiore articolazione. Ma è una lentezza che, almeno in parte, appartiene alla natura stessa della storia: non siamo davanti a una serie che cerca continuamente il colpo di scena, quanto a un racconto che prova a sostare nelle contraddizioni dei suoi personaggi.

E forse è proprio questa la sua qualità più interessante: non avere fretta di risolvere tutto.

L’amore è anche la capacità di cambiare domanda

Alla fine, Wanderlust mi ha lasciato una domanda che va oltre la scelta tra monogamia e non monogamia, oltre la frequenza dei rapporti sessuali e oltre la possibilità di salvare un matrimonio.

Che cosa facciamo quando la vita che abbiamo costruito non corrisponde più del tutto alla persona che siamo diventati?

Possiamo fingere che nulla sia cambiato, aggrapparci alle vecchie abitudini e sperare che le cose tornino come prima. Possiamo cercare altrove una soluzione immediata, convinti che basti modificare le circostanze per ritrovare ciò che abbiamo perduto. Oppure possiamo provare a fermarci e ad ascoltare quello che la crisi sta cercando di dirci, senza sapere in anticipo dove ci condurrà.

Non è detto che questo percorso salvi una relazione. Non tutte le coppie devono restare insieme e non ogni crisi può essere trasformata in un’opportunità. A volte comprendere significa anche riconoscere che una storia è arrivata al termine.

Ma, quando esiste ancora il desiderio di incontrarsi, forse la possibilità non sta nel tornare a essere quelli di prima. Sta nel provare a conoscere nuovamente la persona che abbiamo accanto, accettando che sia cambiata e concedendoci la possibilità di cambiare insieme.

Perché amare qualcuno per molti anni non significa averlo conosciuto una volta per tutte.

Significa, forse, essere disposti a incontrarlo ancora.

E a volte, prima ancora di chiederci se amiamo ancora la persona che abbiamo accanto, dovremmo avere il coraggio di domandarci se siamo ancora curiosi di conoscerla.

E di farci conoscere.

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