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Omofobia interiorizzata: quando il pregiudizio trova casa dentro di noi

Omofobia interiorizzata: quando il pregiudizio trova casa dentro di noi

Ogni volta che presento il mio libro, Una persona per-bene, provo la stessa identica sensazione: nervosismo.

Non quello “buono” da palcoscenico, ma quello più scomodo, viscerale.

Non so mai quante persone verranno. Non so se ci saranno domande.

E, se ci saranno, non so se riuscirò a rispondere in modo chiaro, onesto, senza ferire nessuno.

È una paura sottile, ma reale: quella di dire troppo, dire male, dire qualcosa che qualcuno possa sentire come un giudizio.

Eppure continuo a farlo. Perché so che, se non ci esponiamo, restano solo i silenzi.

Ieri sera, Una persona per-bene ed io siamo stati al Gaycenter di Roma, dove ho incontrato molte persone.

Ancora una volta, il libro è stato un pretesto. Il vero centro dell’incontro è stato parlare di Persone.


Tra la lettura di qualche storia tratta dal libro e parecchi confronti, è emerso un tema molto “caldo”: l’omofobia interiorizzata, tema che ha messo quasi tutte e tutti d’accordo.

In psicologia, l’omofobia interiorizzata è il processo attraverso cui una persona LGBTQI+ assorbe e dirige verso sé stessa i messaggi negativi, svalutanti o normativi che la società produce.

Non è odio consapevole. È molto più subdolo. È la vergogna che non sai da dove arriva. È la sensazione di non essere mai abbastanza “giusti”.

È l’idea che l’amore, il desiderio, la felicità vadano meritati più degli altri. È quando il problema non è più fuori, ma dentro.


L’omofobia interiorizzata non è una diagnosi. È una ferita relazionale.

In terapia la vediamo manifestarsi come:

  • autocritica feroce
  • paura di esporsi affettivamente
  • difficoltà a sentirsi legittimati al benessere
  • relazioni costruite più sulla difesa che sull’incontro

Non nasce da fragilità individuale, ma da anni di adattamento forzato. Imparare a non dare fastidio. A non esagerare. A non essere “troppo”.

Perché spesso emerge proprio dentro la comunità LGBTQI+.

Questa è la parte che genera più disagio. E anche più verità.

L’omofobia interiorizzata non scompare magicamente quando si entra in contatto con la comunità LGBTQI+.

A volte cambia forma. Diventa confronto continuo. Giudizio tra pari. Esclusione sottile. Rigidità su cosa è “accettabile” e cosa no.

Non perché la comunità sia il problema.

Ma perché porta dentro di sé le cicatrici di una cultura che, per molto tempo, ha insegnato a sopravvivere più che a vivere.


Perché parlarne fa paura.

Ieri sera, mentre parlavo, sentivo quella tensione familiare. La domanda costante: “Sto dicendo le cose nel modo giusto?”

E forse è proprio questo il punto. Parlare di omofobia interiorizzata significa esporsi, anche come professionista.

Significa riconoscere che nessuno ne è completamente immune. Nemmeno chi studia, scrive, lavora con le parole.

Una persona per-bene, pensandoci sempre di più,  nasce anche da qui: dal tentativo imperfetto di restare fedeli a sé stessi senza trasformarsi nei propri carcerieri.


L’omofobia interiorizzata non si supera con slogan o orgoglio obbligatorio. Si attraversa con pazienza, ascolto, relazioni sicure.

Ieri sera, al Gaycenter di Roma, ho visto questo: persone che si concedevano uno spazio per pensarsi senza doversi difendere.

E ogni volta che accade, anche se con la voce che trema un po’, vale la pena esserci.

Perché la libertà, quella vera, comincia quando smettiamo di punirci per essere chi siamo.

Grazie dal più profondo del cuore per l’ospitalità discreta, sincera e commovente, Gay Center 

 

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