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Mi querida señorita: identità, corpo e verità scomode

Mi querida señorita: identità, corpo e verità scomode

Ho appena visto Mi querida señorita e resta addosso come fanno i film che non cercano di piacere, ma di dire qualcosa di necessario.
Senza rumore, senza slogan, ma con una delicatezza quasi crudele.

È la storia di Adela, una donna che vive una vita apparentemente ordinaria, finché una rivelazione medica incrina tutto: il suo corpo non è quello che ha sempre creduto. Da lì, non c’è più ritorno.

Non è un film “sull’intersessualità” nel senso didattico del termine.
È un film sull’identità quando smette di essere un dato e diventa una domanda.


Cosa significa essere intersessuali

L’intersessualità è una condizione biologica in cui una persona nasce con caratteristiche sessuali — cromosomi, gonadi, ormoni o anatomia — che non rientrano nelle definizioni tipiche di “maschile” o “femminile”.

Non è una categoria unica.
È un insieme di variazioni.

Alcuni esempi:

  • differenze cromosomiche (es. XXY)
  • variazioni ormonali (es. insensibilità agli androgeni)
  • anatomia genitale non conforme alle aspettative standard

Non è una scelta, né una “fase”.
È una realtà biologica che spesso entra in dialogo — e a volte in conflitto — con l’identità personale.


I numeri (che pochi conoscono)

Le stime variano, ma una delle più citate viene dalla biologa Anne Fausto-Sterling:
circa l’1,7% della popolazione nasce con caratteristiche intersessuali.

Tradotto: non è raro.
È invisibile.

Molte condizioni vengono:

  • medicalizzate precocemente
  • corrette chirurgicamente nell’infanzia
  • oppure non pienamente comunicate alla persona

E qui si apre la questione psicologica.


Il trauma silenzioso dell’identità assegnata

Per anni il modello dominante è stato quello dell’“assegnazione precoce”:
decidere il sesso del bambino e adattare il corpo a quella scelta.

Una logica apparentemente protettiva.
Ma spesso problematica.

La letteratura clinica evidenzia che:

  • interventi non consensuali possono generare disagio identitario
  • il segreto familiare produce vergogna e confusione
  • la discrepanza tra corpo, storia e identità può diventare fonte di sofferenza

Non è il corpo a essere il problema.
È il modo in cui viene raccontato, gestito, interpretato.


Identità: quando il corpo non basta

Autori come Judith Butler hanno sottolineato come il genere non sia solo biologico, ma anche costruzione sociale.

Dal punto di vista clinico, possiamo dirlo in modo più concreto:
l’identità nasce dall’incontro tra:

  • corpo
  • esperienza
  • linguaggio
  • sguardo degli altri

Quando uno di questi elementi cambia o viene messo in discussione, l’equilibrio si rompe.


Cosa può fare la psicoterapia

Qui entriamo nel punto cruciale.
Perché il rischio è duplice:

  • medicalizzare tutto
  • oppure lasciare la persona sola a “capirsi”

La psicoterapia può fare molto, ma solo se smette di voler “aggiustare” e inizia ad ascoltare davvero.

🔹 1. Restituire una narrazione

Molte persone intersessuali crescono con:

  • informazioni frammentate
  • silenzi
  • versioni parziali della propria storia

La terapia può aiutare a costruire una narrazione coerente:

“questa è la mia storia, non quella che mi è stata raccontata”


🔹 2. Lavorare sullo stigma interiorizzato

Il problema spesso non è solo esterno.
È quello che la persona ha imparato a pensare di sé.

Qui approcci cognitivo-comportamentali e contestuali (come quelli di Steven C. Hayes) lavorano su:

  • accettazione dell’esperienza interna
  • defusione da pensieri giudicanti
  • costruzione di un senso di sé più ampio

🔹 3. Integrare corpo e identità

In molti casi c’è una frattura:

  • tra corpo biologico
  • identità vissuta
  • aspettative sociali

La terapia non deve “decidere” chi sei.
Deve aiutarti a stare dentro questa complessità senza esserne schiacciato.


🔹 4. Lavoro con la famiglia

Spesso la storia intersessuale è anche una storia familiare:

  • segreti
  • decisioni mediche precoci
  • difficoltà a parlare

Intervenire solo sull’individuo, ignorando il sistema, è limitante.


Un punto scomodo: i terapeuti non sono pronti

E qui serve onestà.

Molti professionisti:

  • non hanno formazione specifica sull’intersessualità
  • confondono identità di genere, orientamento e condizioni biologiche
  • rischiano di leggere tutto con categorie troppo rigide

Questo è un problema serio.

Servono:

  • formazione clinica specifica sulle variazioni dello sviluppo sessuale
  • conoscenze mediche di base
  • sensibilità etica (soprattutto sul tema del consenso)
  • capacità di lavorare senza forzare una “normalizzazione”

Non basta essere “aperti”.
Serve competenza.


Il rischio della “normalizzazione”

Il sistema — medico, sociale, psicologico — tende a riportare tutto dentro categorie chiare.

Ma non sempre è possibile.
E soprattutto, non sempre è giusto.

La sofferenza spesso nasce proprio da qui:

dal tentativo di rendere semplice qualcosa che non lo è


Il peso dello sguardo sociale

Essere intersessuali non è solo una condizione individuale.
È una posizione dentro uno sguardo collettivo.

E quello sguardo può essere:

  • curioso
  • giudicante
  • invisibilizzante

La domanda allora diventa:

c’è spazio per esistere senza essere ridotti a una categoria?


Mi querida señorita non dà risposte.
E forse è questo il suo valore.

Ci ricorda che l’identità non è un dato fisso, ma un processo.
E che non tutto ciò che è complesso deve essere semplificato.

La psicoterapia, quando è fatta bene, non serve a dire alle persone chi sono.
Serve a creare uno spazio in cui possano scoprirlo senza paura.

E forse, alla fine, è questo il punto:
non trovare una definizione perfetta,
ma costruire una vita che possa contenere anche ciò che non rientra nelle definizioni.

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