Io per primo, sulla mia pelle, l’ho sperimentato
Ci sono persone che soffrono molto, ma soffrono in silenzio.
Non perché non abbiano emozioni. Al contrario: ne hanno tante, spesso intense, stratificate, confuse. Il problema non è sentire. È dire.
In psicoterapia arrivano spesso così: parlano di fatti, di eventi, di sintomi. Raccontano cosa è successo, cosa non funziona, cosa li stanca. Ma quando la conversazione si avvicina a quello che sentono davvero, qualcosa si inceppa. Frasi spezzate. Ironia improvvisa. Cambi di argomento. Oppure un vago “non lo so”.
Non è disinteresse emotivo. È analfabetismo emotivo appreso.
Molte persone crescono in contesti dove esternare ciò che si prova non è incoraggiato. A volte è apertamente scoraggiato.
Io per primo, sulla mia pelle, l’ho sperimentato.
C’è chi ha imparato presto che:
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se mostri tristezza, sei debole;
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se mostri rabbia, sei pericoloso;
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se mostri bisogno, sei un peso;
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se mostri gioia, stai esagerando.
In questi casi il messaggio implicito è chiaro: meglio tenere tutto dentro.
Funziona? Sì. Per un po’. Poi il conto arriva.
Marco ha 42 anni, una relazione stabile, un lavoro solido. In terapia dice spesso:
“Non mi manca niente, eppure non sto bene”.
Quando gli chiedo cosa prova, risponde con elenchi: stanchezza, stress, confusione. Nessuna emozione nominata. Nel tempo emerge una storia familiare dove “lamentarsi” era visto come un difetto di carattere. Marco non ha imparato a sentire meno. Ha imparato a non dirlo nemmeno a sé stesso.
Sara, 29 anni, vive relazioni intense e brevi. Dice:
“Quando mi affeziono, mi blocco”.
Non riesce a dire che ha paura di perdere l’altro, né che desidera vicinanza. Così diventa distante, ironica, autonoma fino all’eccesso. Il sentimento non sparisce: cambia forma. Diventa ansia, gelosia, autosvalutazione.
Luca, 35 anni, arriva in terapia per attacchi di panico. Dice:
“Non capisco da dove vengono”.
Nel suo linguaggio emotivo esistono solo due stati: tutto sotto controllo o tutto fuori controllo. Nessuna sfumatura in mezzo. Nessun vocabolario per dire “sono deluso”, “sono ferito”, “mi sento messo da parte”.
Chi fatica a esternare i sentimenti spesso li vive in modo amplificato.
Perché ciò che non trova parola cerca altre vie: il corpo, i sintomi, l’umore, le relazioni.
Non dire quello che si prova non rende più forti.
Rende più soli.
E più confusi.
La psicoterapia non insegna a “dire tutto”.
Insegna a sentire in modo pensabile.
All’inizio il lavoro è spesso molto semplice, quasi elementare:
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distinguere un’emozione da una sensazione fisica;
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separare un pensiero da un sentimento;
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dare un nome, anche impreciso, a ciò che prima era solo un nodo.
Non si tratta di performance emotiva.
Nessuno viene premiato per piangere bene o per parlare in modo profondo.
Il punto è un altro: rendere dicibile ciò che prima era indicibile.
Nel tempo, il paziente impara che:
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può esprimere un’emozione senza distruggere la relazione;
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può essere autentico senza essere invadente;
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può dire “sto male” senza dover spiegare tutto o giustificarsi.
E soprattutto: può sentire senza doversi difendere da ciò che sente.
Un equivoco comune è pensare che esternare significhi riversare tutto sull’altro.
Non è così.
Esternare un sentimento è:
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riconoscerlo,
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tollerarlo,
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comunicarlo in modo che non diventi un’arma né una richiesta disperata.
È un atto di responsabilità emotiva. Non di debolezza.
La difficoltà a esternare i propri sentimenti non è un difetto di personalità.
È spesso il risultato di una lunga educazione al silenzio.
In psicoterapia non si impara a “dire tutto”.
Si impara a non tradirsi.
E a volte, per cambiare una vita intera, basta questo:
trovare finalmente le parole giuste per dire come stiamo,
prima ancora di spiegare perché.
Io per primo, sulla mia pelle, l’ho sperimentato.
Fonte foto: Mark Olsen (@markolsen) | Unsplash Photo Community